Carabinieri nel cuore, corazzieri nell’anima. Un reparto speciale dell’Arma dei Carabinieri,che accompagnò i sovrani d’Italia e che oggi vigilano sul Presidente della Repubblica.

“Eppur si muovono”, verrebbe da pensare, vedendoli ridere, abbracciarsi, scherzare, e pensando alle lunghe ore immobili in cerimonie di Stato.

Non basta l’altezza per essere un bravo corazziere, serve impegno, dedizione, senso dello Stato. Serve disciplina. Sono cavalieri, ma anche motociclisti, tiratori scelti, artificieri e un tempo erano anche canottieri.

A Bracciano, il 21 maggio scorso, per iniziativa del corazziere Roberto Bono – soddisfatto a fine giornata della riuscita dopo il grandissimo impegno messo in campo – si è tenuto un raduno che ha unito corazzieri in congedo e in servizio e i loro familiari. Giunti da tutta Italia si sono prima dati appuntamento nella chiesa di Santa Maria Novella di Bracciano per una messa in suffragio dei commilitoni scomparsi e dei loro familiari. Una sentita funzione impreziosita dalle musiche con l’organo, flauto e tromba suonati rispettivamente dai corazzieri Vittorio Lupi, Giuseppe Di Costanzo e Carlo Parretti, a sottolineare i momenti più significativi tra i quali quello della lettura del lungo elenco di corazzieri passati a miglior vita. Un lieve cenno del capo all’ascolto di un nome indica quanto affetto e condivisione abbia unito, negli anni, il reparto.

Una storia, quella dei corazzieri che va molto indietro nel tempo. La nascita ufficiale – come ricorda il Numero 0 de “Il corazziere” – la rivista autoprodotta e diffusa per la prima volta a Bracciano in occasione del festoso convivio – si fa risalire al 7 febbraio 1868 ma un “esperimento” era stato fatto nel 1842 “in occasione delle nozze del Duca di Savoia con l’arciduchessa Maria Adelaide Di Lorena”.

Una storia lontana e che incarna uno dei simboli – a fianco al Tricolore – dell’Italia. Cambiano i Re, cambiano i Presidenti ma i corazzieri restano, con i loro caratteristici elmi, con le loro brillanti corazze. Non semplici divise ma oggetti preziosi che passano, in una sorta di eredità familiare, di padre in figlio. E a Bracciano le vicende personali che abbiamo raccolto parlano di un senso di appartenenza assoluto, di un tramandare tra chi entra e chi, pur congedandosi, resta “corazziere”.

Giovani, belli, bruni e naturalmente alti sono i fratelli Andrea ed Alessandro Cretaro, entrambi in forze ai corazzieri. Sono figli d’arte, il padre, Gino Cretaro, ha “servito” sette capi dello Stato. “Mio padre ha lasciato in noi qualcosa di tangibile. Per uno strano caso del destino – sono alto come lui – mi hanno dato in dotazione l’elmo che era appartenuto a lui. Di lui ho non tanto le “stecche”, ovvero quell’utensile che serve per lucidare i bottoni, ma mi ha lasciato proprio l’emblema classico dei corazzieri che è l’elmo, il nostro simbolo di riconoscimento. Mi ha insegnato che la personalità non deve essere intaccata. Ci ha lasciato una goccia di sangue di corazziere e noi non subiamo tanto la pressione quanto un sentimento di reparto”. Stessa devozione anche dall’atro fratello. “Ci sentiamo unici per un grande senso di appartenenza al reparto, un senso del dovere che è proprio ad ogni corazziere. Noi proteggiamo la più alta carica dello Stato, sentiamo molto forte questo dovere e l’onore di indossare l’uniforme più bella del mondo ci rende fieri ed orgogliosi.

Deve ancora svolgere un anno di servizio il corazziere Paolo Giulian. Ha un compito importante. “Coordino – dice – il servizio di vigilanza e rappresentanza facendo da tramite tra

la caserma e il palazzo”. Tra un anno lascia. “Dispiace lasciare il servizio ma gli amici rimangono”. L’emozione più grande? “Probabilmente la prima volta che ho messo la divisa e l’ultima volta che la indosserò”. Al termine del convivio, lo stesso Giulian ha impartito i comandi che danno inizio alla consueta “Carica” – molto apprezzata dai presidenti Sandro Pertini e Francesco Cossiga – con i comandi dettati dalle note della Tromba di Ordinanza di Roberto Bono.

Accanto ai giovani e ai meno giovani ancora in servizio al raduno di Bracciano sono presenti due commilitoni in congedo. Parlano di tempi andati i due corazzieri Giuliano Galiazzo e Alois Shuster. Hanno onorato il reparto speciale nel canottaggio. “Tutti i giorni partivamo dalla caserma per andare a Castel Gandolfo ad allenarci. Peccato – aggiungono – che oggi il canottaggio tra i corazzieri non sia più praticato”.

Tolta l’imponente divisa, ancora una volta, parlando con i corazzieri in raduno a Bracciano, si scopre che dietro l’imponente elmo ci sono degli uomini, semplicemente, con le loro passioni, i loro ricordi, le loro aspettative.

Graziarosa Villani

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Di Graziarosa Villani

Giornalista professionista, Laureata in Scienze Politiche (Indirizzo Politico-Internazionale) con una tesi in Diritto internazionale dal titolo "Successione tra Stati nei Trattati" (relatore Luigi Ferrari Bravo) con particolare riferimento alla riunificazione delle due Germanie. Ha scritto per oltre 20 anni per Il Messaggero. E' stata inoltre collaboratrice di Ansa, Il Tempo, Corriere di Civitavecchia, L'Espresso, D La Repubblica delle Donne, Liberazione, Avvenimenti. Ha diretto La Voce del Lago. Direttrice di Gente di Bracciano e dell'Ortica del Venerdì Settimanale, autrice di Laureato in Onestà (coautore Francesco Leonardis) e de La Notte delle Cinque Lune, Il processo al Conte Everso dell'Anguillara (coautore Biagio Minnucci), presidente dell'Associazione Culturale Sabate, del Comitato per la Difesa del Bacino Lacuale Bracciano-Martignano, vicepresidente del Comitato Pendolari Fl3 Lago di Bracciano.